Storia del Kempo

Il Kempo Karate e una combinazione delle due forme di difesa personale più efficaci.
Queste due arti sono molto simili e si differenziano solo in alcuni dettagli.
Il termine Kenpo si riferisce allo stile di Gongfu cinese ortodosso, mentre il più moderno karate-do, definisce il metodo attualmente praticato a Okinawa.

Kempo significa letteralmente “Via del pugno” e karate, richiamandosi più alla tecnica, vuol dire “mano vuota”, con riferimento al fatto che non sono usate armi.
Per contro, mani, gomiti, dita, piedi, ginocchia e altre parti del corpo vengono sviluppate e usate come armi. Una persona esperta di quest’arte è in grado di tenere a bada diversi uomini oppure di rompere a metà mattoni pieni, con la mano nuda.
Se non se ne vede una dimostrazione non si riesce a immaginare quanto il Kenpo karate sia veloce, efficace e incredibilmente potente.
Dopo averlo visto in pratica, tutti concorderanno nel dire che l’efficacia del Kenpo è strettamente legata alla precisone e alla velocità di esecuzione; la maggior parte delle mosse tecniche  vanno a premere e/o percuotere i punti di Pressione Vitali (KYUSHO).

 

La vera storia del Kenpo karate, si è persa nel tempo e non c’è una data certa circa la sua nascita.
Esistono solo poche informazioni frammentarie che sembrano indicare che il Kenpo era praticato in Cina e in India dai Guerrieri Sacri (Bramini) cinquemila anni fa e persino all’epoca dell’impero egizio.
Sebbene l’esatta origine del Kenpo, si dice che la sua nascita si deve a Daruma, il ventottesimo Budda, originario dell’India. Quando Daruma emigrò in Cina (circa nel 525 a.d.) bande armate, formatesi dopo la caduta della dinastia Han, saccheggiavano e terrorizzavano la popolazione inerme che non aveva alcuna possibilità di difendersi combattendo.
Daruma quindi proclamò che le parti del corpo dovevano essere rafforzate fino a renderle delle armi e ideò il sistema di auto-difesa conosciuto come Go – Shinjutsu: la concentrazione mentale della meditazione Zen (una forma profonda di meditazione buddista simile allo yoga) unita alle arti di autodifesa della “Mano aperta” cinese.
I principi basilari del Go –Shinjutsu erano la difesa dei diritti umani e la ricerca della pace e della felicità.
Daruma credeva fortemente nella pace e perciò decretò che ogni uomo aveva il diritto di proteggere se stesso e fece il seguente proclama:
“Guerra e uccisioni sono sbagliate ma è altrettanto sbagliato non difendersi. Hanno preso le nostre armi ma abbiamo i nostri corpi. Non abbiamo coltelli, allora facciamo si che il pugno sia una mazza. Non abbiamo lance, allora il braccio diventi una lancia e la mano aperta una spada.”
E’ stata questa la base dalla quale si è sviluppato il karate cinese, in seguito conosciuto come  Kenpo.

Il Kenpo si è rapidamente diffuso dalla Cina nei paesi vicini, quali India, Formosa, Okinawa, Korea, 
Giappone, ecc. Tuttavia il Kenpo non è stato mai praticato senza che le autorità incoraggiassero  la popolazione ad auto-difendersi. In origine la forma di Kenpo di Okinawa utilizzava essenzialmente i Pugni e la “Mano Aperta” Cinese.
A Formosa il Kenpo consisteva principalmente nello spingere e colpire con le dita i Punti Vitali, mentre nelle isole del Sud si basava sui calci.

Secondo gli scritti giapponesi più antichi che sono stati trovati, il Kenpo è stato introdotto nell’area dal Kosokun della Cina circa duecento anni fa ma con scarso successo e le notizie circa la forma di Kenpo praticata all’epoca sono vaghe: si sa soltanto che veniva chiamato Kumiai Jitsu (l’arte del placcaggio).
Ci sono anche tracce che datano ad un periodo ancora antecedente, all’epoca della dinastia Ming (1368-1644), quando si dice che un sacerdote cinese di nome Chin Gen Pin o Chuen Yuan Pin (1644-48 o 1627) sia stato il primo ad introdurre l’arte del Kenpo in Giappone.

Inizialmente si credeva che il Kenpo cinese avesse dato origine al Jujitsu giapponese ma queste due discipline sono molto diverse, sebbene nozioni di Kenpo possano aver contribuito a dare impulso al Jujitsu. L’arte del Kenpo di Chin Gen Pin consisteva principalmente nel calciare e colpire.
 Nel periodo T’ang (618-906 A.D.) il Kenpo cinese fu chiamato Tode e il Kenpo di Okinawa (prima degli anni  1901 e 1902) fu chiamato “te”, ovvero mani. La storia di Okinawa parla di un grande sovrano di nome Sho-Ha-Shi, che governò circa cinquecento anni fa. Durante il suo regno egli volle sviluppare il paese
 esclusivamente dal punto di vista culturale e quindi proibì che il popolo portasse armi.

Nel 1609 Shimazu, un signore feudale giapponese, sotto l’influenza dei governanti della provincia giapponese di Satsuma, attaccò e si impossessò di Okinawa, imponendo un’ulteriore restrizione all’uso delle armi da parte dei nativi Okinawesi  al fine di  prevenire rappresaglie.
Di conseguenza la gente di Okinawa fu costretta a praticare in segreto l’arte marziale del “te”.
 Questo fu il periodo d’oro che portò notevole impulso a questa arte marziale, la cui evoluzione sfociò nel Karate.

Fu solo nel 1902 però che Okinawa iniziò ad insegnare a tutto il pubblico il Karate, che fino ad allora era stato riservato esclusivamente alle classi sociali alte. 
Il “te” era praticato in diverse città e quindi per distinguere il proprio stile ogni città faceva precedere al “te” il proprio nome.
Come nazione lo si definiva come “Okinawa-te”; In onore alla dinastia cinese T’ang, durante la quale fiorirono le arti della mano vuota, gli okinawani chiamarono la loro arte marziale “Karate”.

Nel 1924 Gichin Funakoshi introdusse il Karate in Giappone e aprì a Tokyo un centro per l’insegnamento. Molti altri seguirono l’esempio di Funakoshi diffondendo il karate al di là dei confini di Tokyo. Nel 1930 praticamente ogni scuola del paese aveva un dipartimento per l’insegnamento del karate.
La popolarità di quest’arte marziale crebbe durante il periodo dell’espansione militare giapponese e durò fino al termine della seconda guerra mondiale.
Poichè potenzialmente mortale e poichè era stato adottato dall’esercito giapponese, il karate fu ufficialmente proibito dalle forze di occupazione con un decreto l’11 agosto 1951. Tale proibizione venne poi tolta quando il Giappone riottenne il suo status alle Nazioni Unite e quest’arte riprese a vivere.

Nei trent’anni che seguirono la sua introduzione in Giappone il karate si modificò e venne migliorato incorporando anche molte prese di judo.
Rispetto al judo, sport nazionale giapponese, il karate è ancora un’arte oscura ma a giudicare dal rapido incremento del numero di scuole in tutto il Giappone e le Hawaii, si può dire che sta diventando uno sport di primaria importanza.
In Cina il termine Kung Fu – o Gung Fu – viene ora usato per definire l’antica arte della mano vuota. Essenzialmente l’arte cinese si divide in due forme principali: una  rigida e una meno dura. Durante l’esecuzione entrambe ricordano la danza classica, con movimenti armonici volti a mettere in guardia l’avversario: la forma dura tende a causare un danno immediato mentre quella meno dura con leve articolari e squilibri si usa principalmente per scoraggiare l’avversario.
Dagli studi fatti è risultato evidente che il Karate è una variante della forma dura di kung fu.

In origine ad Okinawa il termine “kara” era riferito alla Cina, ma successivamente ha assunto il significato giapponese del termine ovvero “vuota”.
Esistono molte varianti delle due forme principali. Alcune scuole in Cina e Giappone tra le loro tecniche enfatizzano l’uso delle dita per colpire i Punti Mortali, mentre altrove si mette l’accento sull’uso delle nocche e dei piedi (questo stile lo possiamo trovare ancora oggi in molte scuole).

Coloro che dall’Oriente immigrarono negli U.S.A. portarono con sè l’arte della “Mano vuota”. Come avvenne negli altri paesi anche qui nel tempo quest’arte si modificò affinandosi.

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